Il valore del dissenso
L’atteso intervento di Gianfranco Fini a Gubbio non ha deluso. Ha espresso il suo dissenso su vari temi (dal testamento biologico alle inchieste sulle stragi mafiose), in qualche caso in modo piuttosto contundente, reclamando democrazia interna e soprattutto discussione esplicita nel Popolo della libertà. Nel merito alcune delle sue proposte appaiono assai discutibili, ma la richiesta che anche per questo vengano sottoposte a un confronto aperto è sacrosanta.

A Berlusconi non contesta la gestione del governo, cui pure non risparmia osservazioni e punzecchiature, ma quella del partito, ridotto a claque e quindi incapace di prospettare una visione che vada al di là del tempo della legislatura e dell’agenda parlamentare. L’idea di un partito che non sia solo una fabbrica di consenso, ma che veda un confronto reale, implica la rivendicazione esplicita del dissenso e la costruzione di una struttura che consenta di contenerlo e di dirimerlo democraticamente. Le idee di Fini preludono di fatto a una sua candidatura come punto di riferimento alternativo al berlusconismo, ma tutto interno al centrodestra e al Pdl. Il suo dissenso può essere scomodo, ma è utile. L’attuale configurazione del partito è contemporaneamente troppo rigida e troppo fragile per gestirlo, ma se il Popolo della libertà punta a radicarsi come presenza politica permanente, questi problemi li deve affrontare e risolvere.